Quando Bologna sognava di diventare “Swingin' London”

Quando Bologna sognava di diventare “Swingin' London”

UN LIBRO RIEVOCA IL CLIMA CULTURALE DELLA CITTÀ NEGLI ANNI '60
Recensione apparsa sul Resto del Carlino di Bologna il 28 Dicembre 2010


di Pierfrancesco Pagoda


L'espressione "swingin’" evoca i paradisi della Londra beat degli anni '60, Carnaby Street e Mary Quant, le minigonne e le sgargianti divise che i Beatles indossavano sulla copertina di Sgt. Pepper. Una travolgente rivoluzione culturale che, iniziata nei piccoli club dei sotterranei della capitale inglese, toccò ogni angolo d' Europa. Trovando a Bologna un terreno fertile, fatto di piccole realtà creative che cercavano di conquistare il primo piano della scena cittadina.
Anni felici e movimentati, raccontati nel libro, appena uscito, Swingin' Bulaggna (I Libri di Emil), dove Vanes Poluzzi e Simone Colantonio ci fanno entrare nelle vertigini pop di attori, registi, musicisti che credevano davvero che Bologna sarebbe diventata il centro del mondo.

Poluzzi, l'aggettivo swingin' accostato a Bologna non è forse azzardato?
«I tanti documenti che abbiamo consultato, le interviste, i video che abbiamo visionato ci hanno restituito un'immagine di Bologna città ricca, in quegli anni, di talenti che sperimentavano con ogni linguaggio e che, pur rimanendo saldamente legati al luogo, ricevevano continui riconoscimenti, anche dai mostri sacri della cultura di allora. Nel cinema, nel teatro, nella scrittura, Bologna era davvero una città ‘swingin’».

Come è stato costruito il libro?
«Abbiamo iniziato le nostre ricerche nel 2008, volevamo, 40 anni dopo, ricostruire il '68 bolognese, scoprire cosa era successo nella nostra città nell'anno della contestazione studentesca globale. E abbiamo deciso di affidarci alla memoria di chi c'era, di chi allora esprimeva la propria voglia di ribellione attraverso la creatività. Personaggi non necessariamente celebri, quelli che lavoravano lontano dalle esigenze del grande pubblico, senza prendere in considerazione le necessità del consumo. Per la musica, abbiamo scelto i Judas, un gruppo molto amato nella seconda metà degli anni '60, che aveva la sua base operativa dalle parti del ponte di via Libia, circondato da fans adoranti, che li veneravano per i loro atteggiamenti anticonformisti, come l'epoca esigeva».

Non vi siete fermati alla musica...
«Abbiamo riportato alla luce l'esperienza del Gruppo Teatrale Viaggiante di Loriano Macchiavelli, che ha fatto scuola, allestendo spettacoli che nascevano con l'aspirazione di coinvolgere direttamente gli spettatori, lavori che erano rappresentati non sui palchi, ma nelle scuole e nelle fabbriche. Suscitando l'ammirazione di Dario Fo, che li invitò spesso alle sue iniziative. Poi c'è l'opera straordinaria e sconosciuta di Mauro Mingardi, filmaker indipendente, che girava i suoi western di culto nelle campagne che circondano Castenaso. E qui ricreava saloon, villaggi indiani, duelli. Lui era un sostenitore del cinema artigianale, fatto in casa, fuori dalle logiche della distribuzione ufficiale».

Un regista poi in qualche modo riconosciuto...
«Oggi Nanni Moretti lo indica come uno dei suoi registi di riferimento. Tutti casi esemplari per analizzare Bologna da un punte di vista inedito, guardandola altra verso gli occhi di giovani che s sentivano parte di un rinnova mento internazionale».

Tante storie dimenticate...
«Sì, avventure che coinvolgono non solo i protagonisti, ma grandi gruppi di amici che lavoravano insieme. Come nel caso di Mingardi che costruiva i set interamente con le sue mani e l'aiuto di pochi collaboratori. Costumi, dialoghi, oggetti, montaggio, tutto proveniva dalla sua fucina. Usando solo risorse locali».


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Pubblicato: 30.12.2010
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